26 Settembre 2024
Simone De La Feld @SimoneDeLaFeld1
L’appello alla Commissione per le petizioni del Parlamento europeo affinché “solleciti” Bruxelles a “chiedere alle autorità italiane di sospendere” le misure che vietano la produzione e il commercio di infiorescenze di canapa e classificano il CBD come sostanza stupefacente
Bruxelles – Il mondo agricolo italiano si fa scudo della filiera della canapa industriale e chiede un intervento urgente del Parlamento europeo sulle misure del governo Meloni che ne minacciano la sopravvivenza. Una coalizione trasversale, che comprende le maggiori organizzazioni agricole del panorama nazionale, ha presentato una petizione al Parlamento europeo per denunciare le “gravi violazioni delle normative UE”.
Confagricoltura, CIA, Copagri, CNA Agroalimentare, UNCI, Liberi Agricoltori, Altragricoltura, Associazione Florovivaisti Italiani. Poi ci sono le associazioni di filiera Canapa Sativa Italia, Federcanapa, Sardinia Cannabis, Assocanapa, Resilienza Italia Onlus e Canapa delle Marche. All’appello si sono unite anche EIHA, European Industrial Hemp Association, e la francese UPCBD.
Insieme, chiedono alla Commissione per le petizioni del Parlamento europeo (PETI) di “verificare la conformità della normativa italiana” e di “invitare la Commissione europea” – a cui avevano già indirizzato una lettera lo scorso giugno – a valutarne la compatibilità con il diritto dell’UE.
La petizione sottolinea che l’emendamento al decreto sicurezza, che di fatto vieta la produzione e il commercio di infiorescenze e derivati della canapa, e il decreto ministeriale del 27 giugno, che classifica le composizioni orali di CBD tra le sostanze stupefacenti, “violano i principi fondamentali del diritto dell’UE, in particolare la libera circolazione delle merci”, e la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’UE, che in una sentenza del novembre 2020 “ha già stabilito che il CBD non è una sostanza stupefacente”. Inoltre, con una sentenza dell’11 settembre, il TAR del Lazio ha sospeso il decreto ministeriale sul CBD.
In un comunicato stampa congiunto diffuso in parallelo, le associazioni agricole ricordano di parlare di un settore che impiega circa 15mila persone e genera un fatturato annuo di 500 milioni di euro. Migliaia di aziende che “hanno legittimamente investito in questo settore, acquistando macchinari specifici, sviluppando infrastrutture e stipulando contratti a lungo termine basati sulle leggi vigenti” sono a rischio.
La petizione consegnata alla Commissione PETI va oltre, chiedendo “di chiedere alle autorità italiane di sospendere l’attuazione delle norme contestate” e “di promuovere un dialogo tra la Commissione e l’Italia per risolvere le violazioni”. Le associazioni affermano di essere pronte, in extrema ratio, a riportare il caso alla Corte di giustizia europea, “sfidando il governo italiano per il danno economico che deriverebbe da queste norme”. L’industria italiana della canapa ha trovato subito sostegno in Cristina Guarda, eurodeputata dei Verdi e vicepresidente della Commissione per le petizioni. “Combatto questa battaglia da nove anni nel Consiglio regionale del Veneto e continuerò a farlo ora come eurodeputata, dialogando con tutti i membri della Commissione per le petizioni per garantire che questa denuncia venga affrontata seriamente e con onestà intellettuale, scientifica e politica”, ha promesso l’eurodeputata dell’AVS. Guarda ha anche puntato il dito contro la “propaganda moralista e demonizzante” della coalizione di governo in Italia, sottolineando le proprietà “ansiolitiche, antidolorifiche, antinfiammatorie, antiossidanti e neuroprotettive” della canapa con CBD.
Della stessa opinione Valentina Palmisano, europarlamentare del Movimento 5 Stelle e membro della Commissione per le petizioni, che afferma che la petizione è “un ulteriore messaggio al nostro governo affinché fermi al più presto una misura miserabile”. La delegazione del Movimento 5 Stelle aveva già presentato un’interrogazione alla Commissione Europea ad agosto. Ora la petizione dovrà essere valutata e dichiarata ammissibile. A quel punto, la Commissione PETI potrà, a sua discrezione, invitare i rappresentanti della filiera per un dibattito in plenaria ed eventualmente scrivere all’esecutivo dell’UE per commentare la questione.