Decreto CBD: bene la sospensione del TAR, ora spazio alla scienza

5 Ottobre 2023

https://www.fuoriluogo.it/forum_droghe/comunicati_stampa/decreto-cbd-bene-la-sospensione-del-tar-ora-spazio-alla-scienza/

Articolo di Redazione

Il commento di Forum Droghe alla decisione del TAR del Lazio di sospensione del decreto che ha inserito le preparazioni a base di CBD nelle tabelle dei farmaci stupefacenti. “L’ideologia faccia spazio alla scienza.”

Il TAR del Lazio ha sospeso il decreto del Ministero della Salute dello scorso agosto che ha disposto l’inserimento nella tabella dei medicinali dei prodotti per uso orale a base di cannabidiolo (CBD), limitandone la vendita in farmacia dietro prescrizione medica.

Per Leonardo Fiorentini, segretario di Forum Droghe, “è un’ottima notizia, l’ennesima che arriva da un Tribunale e che mette in luce la matrice esclusivamente ideologica dei provvedimenti del Governo Meloni”. Fiorentini, che è anche autore del libro e del podcast l’Onda Verde, continua: “ora Governo e Ministero della Salute la smettano di andare avanti con il paraocchi e accolgano le evidenze scientifiche e accettino il quadro giuridico europeo. Entrambi ci dicono che il CBD non è stupefacente, come concluso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità dopo due anni di revisione della letteratura scientifica, e che il suo commercio deve essere consentito nell’Unione”.

Nel suo provvedimento – ricorda Fiorentini – il Ministro Schillaci mistificava il voto contrario dell’Unione Europea alla raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che nel dicembre 2020 voleva escludere le preparazioni a base di CBD con meno dello 0,2% di THC dal sistema di controllo internazionale. Le motivazioni erano infatti legate al fatto che quel limite semmai era troppo basso – inferiore allo 0,3%, oggi ammesso dalla normativa comunitaria – e inserito con una forma innovativa che poteva suscitare problemi interpretativi e applicativi. Fra le altre cose, in quelle motivazioni si legge testualmente che “l’UE ha ritenuto di abbassare l’attuale livello di controllo per tali preparati“.

E’ necessario smettere di stigmatizzare la pianta, e con lei perseguitare migliaia di imprese, e piuttosto introdurre norme che garantiscano i consumatori dando respiro alla filiera produttiva italiana. Si tratta di imprenditori e lavoratori, per lo più giovani, che hanno ridato vita ad una coltura che un tempo era centrale nel nostro paese. Con la decisione di agosto il Governo aveva deciso di regalare il mercato – che vale nel 2023 1,11 miliardi di dollari nel mondo – alle farmaceutiche. Basterebbe, come previsto già per altri “integratori”, definire una soglia di concentrazione al di sopra della quale il medicinale debba essere prescritto da un medico e garanzie su modalità di preparazione e provenienza. Garantendo così sia la sicurezza che la reperibilità del prodotto. L’ideologia faccia spazio alla scienza” conclude il segretario di Forum Droghe.

Decreto CBD: bene la sospensione del TAR, ora spazio alla scienza

5 Ottobre 2023

Articolo di Redazione

https://www.fuoriluogo.it/forum_droghe/comunicati_stampa/decreto-cbd-bene-la-sospensione-del-tar-ora-spazio-alla-scienza/

  • Il TAR del Lazio ha sospeso il decreto del Ministero della Salute dello scorso agosto che ha disposto l’inserimento nella tabella dei medicinali dei prodotti per uso orale a base di cannabidiolo (CBD), limitandone la vendita in farmacia dietro prescrizione medica.
  • Per Leonardo Fiorentini, segretario di Forum Droghe, “è un’ottima notizia, l’ennesima che arriva da un Tribunale e che mette in luce la matrice esclusivamente ideologica dei provvedimenti del Governo Meloni”. Fiorentini, che è anche autore del libro e del podcast l’Onda Verde, continua: “ora Governo e Ministero della Salute la smettano di andare avanti con il paraocchi e accolgano le evidenze scientifiche e accettino il quadro giuridico europeo. Entrambi ci dicono che il CBD non è stupefacente, come concluso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità dopo due anni di revisione della letteratura scientifica, e che il suo commercio deve essere consentito nell’Unione”.
  • Nel suo provvedimento – ricorda Fiorentini – il Ministro Schillaci mistificava il voto contrario dell’Unione Europea alla raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che nel dicembre 2020 voleva escludere le preparazioni a base di CBD con meno dello 0,2% di THC dal sistema di controllo internazionale. Le motivazioni erano infatti legate al fatto che quel limite semmai era troppo basso – inferiore allo 0,3%, oggi ammesso dalla normativa comunitaria – e inserito con una forma innovativa che poteva suscitare problemi interpretativi e applicativi. Fra le altre cose, in quelle motivazioni si legge testualmente che “l’UE ha ritenuto di abbassare l’attuale livello di controllo per tali preparati“.
  • E’ necessario smettere di stigmatizzare la pianta, e con lei perseguitare migliaia di imprese, e piuttosto introdurre norme che garantiscano i consumatori dando respiro alla filiera produttiva italiana. Si tratta di imprenditori e lavoratori, per lo più giovani, che hanno ridato vita ad una coltura che un tempo era centrale nel nostro paese. Con la decisione di agosto il Governo aveva deciso di regalare il mercato – che vale nel 2023 1,11 miliardi di dollari nel mondo – alle farmaceutiche. Basterebbe, come previsto già per altri “integratori”, definire una soglia di concentrazione al di sopra della quale il medicinale debba essere prescritto da un medico e garanzie su modalità di preparazione e provenienza. Garantendo così sia la sicurezza che la reperibilità del prodotto. L’ideologia faccia spazio alla scienza” conclude il segretario di Forum Droghe.

FESTA DEL RACCOLTO 2023

Venerdì 6 e Sabato 7 Ottobre, come da tradizione Milano si prepara ad accogliere l’evento antiproibizionista più atteso dell’anno!

Due giorni ricchi di musica, con concerti, dj set, banchetti, workshop, incontri e molto altro ancora.

– Apertura centro 17.00
– Cena stupefacente in CUCINA POP 20.00
– Apertua salone 23.00
– Ingresso con sottoscrizione 10€

MILANO CANNABICA in session @ Spazio Teatro con stand, dibattiti ed incontri, video e dj set, dab e vapo area, glass blowing live.

   FESTA DEL RACCOLTO 2023 – DAY 1

VENERDÌ 6/10

– Ore 23:00 – Salone Centrale
COSMO – DJ SET
5 hours dj set

– Ore 00:00 – Baretto
DJ EM – XIAN – LARK
Jungle / Breaks / DnB

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MILANO CANNABICA in session con stand, dibattiti ed incontri, video e dj set, dab e vapo area, glass blowing live.

VENERDÌ 6/10

– ore 18.30 – Spazio Teatro
FOCUS e DIBATTITO su “Ice Water hash 2.0, aggiornamenti sulla tecnica di estrazione ad acqua”
Freeze dryer, ffwp without freeze dryer, cold curing and many more
A cura di MARCUS – MILANO CANNABICA

– Dalle ore 20.00 – Cucina Pop
CENA STUPEFACENTE
Menù in arrivo @ leonkavallo website

 

   FESTA DEL RACCOLTO 2023 – DAY 2

SABATO 7/10

– Ore 23:00 – Salone Centrale
O.B.F feat. CHARLIE P e SR. WILSON – live
20th anniversary tour

– Ore 00:00 – Spazio Foresta
DREAD LION HI-FI feat. LION WARRIAH
Dub / Roots

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MILANO CANNABICA in session con stand, dibattiti ed incontri, video e dj set, dab e vapo area, glass blowing live.

SABATO 7/10

– ore 17.00 – Spazio Teatro
FOCUS e DIBATTITO su “Impatto del viroide latente del luppolo sulla cannabis: diagnosi, tecniche e possibili rimedi”
A cura di MARCUS – MILANO CANNABICA e EDGARDO – ECO CANAPA

– ore 19.00 – Baretto
FOCUS e DIBATTITO su “Autotutela legale cannabica”
Incontro con l’avvocato LORENZO SIMONETTI dello studio Tutela Legale Stupefacenti di Roma

– Dalle ore 20.00 – Cucina Pop
CENA STUPEFACENTE
Menù in arrivo @ leonkavallo website

 

Ci vediamo Sabato 07 Ottobre 2023 .

E ora l’ONU invoca: “basta guerra alla droga!”

22 Settembre 2023

Leonardo Fiorentini

https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/e-ora-lonu-invoca-basta-guerra-alla-droga/

Lo chiede l’Alto commissariato per i diritti umani in uno storico rapporto, che non piacerà a Palazzo Chigi dove si sta andando nella direzione opposta. Leonardo Fiorentini, segretario di Forum Droghe, su l’Unità del 22 settembre 2023.

Nelle stesse ore in cui Giorgia Meloni a New York chiamava alle armi l’Assemblea Generale dell’ONU per “dichiarare una guerra globale” al traffico di esseri umani, a Ginevra l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (OHCR), ha reso pubblico uno storico rapporto, in cui chiede di porre termine ad un’altra guerra globale: quella alle droghe. Il sistema di controllo delle sostanze stupefacenti, nato 60 anni fa, è costato miliardi di dollari e milioni di vite umane rovinate, senza alcun risultato nel contenere il fenomeno. Il fallimento è sotto gli occhi di tutti, come lo sono le palesi violazioni dei diritti umani perpetrate nel nome della war on drugs.

L’Alto commissariato – a fare da involontario contraltare al discorso di Meloni – denuncia proprio come proprio la “Guerra alla droghe”, si è presto tramutata in guerra alle persone che le usano. Esattamente quello che succede in tutto il “globo terracqueo”, dove nominalmente si combattono i trafficanti di persone, ma poi a morire affogati in mare o finire nei CPR sono proprio quei migranti che fuggono da conflitti, povertà e crisi climatica e che si vorrebbero “tutelare”.

Tornando alle droghe, il rapporto dell’OHCR è talmente chiaro da poter sembrare il programma elettorale di Marco Cappato per il seggio senatoriale di Monza. “Adottare alternative alla criminalizzazione, alla “tolleranza zero” e all’eliminazione delle droghe, prendendo in considerazione la depenalizzazione dell’uso; assumere il controllo dei mercati illegali delle droghe attraverso una regolamentazione responsabile, per eliminare i profitti del traffico illegale, della criminalità e della violenza”, si legge infatti come prima raccomandazione.

Un testo che andrà piuttosto indigesto dalle parti di Palazzo Chigi. Raccomanda – ad esempio – di riconoscere la riduzione del danno (RdD) come elemento centrale del diritto alla salute, proprio quando il Dipartimento Antidroga guidato dal sottosegretario Mantovano l’ha espunta dal vocabolario ammesso nella Relazione annuale sulle droghe. È “gestione del Male” ed anche per questo il Governo ha sospeso il processo del nuovo Piano di Azione Nazionale sulle Dipendenze, colpevole di avere la RdD come uno dei pilastri. Ancora: l’OHCR denuncia il contributo all’incarcerazione di massa a livello globale di leggi sulle droghe, definite “sproporzionate”. Una convinzione che parte dal dato della detenzione per sostanze illecite nel mondo: il 20% sul totale. Guardando l’Italia questo dato si inerpica al 34%, anche a causa di un impianto penale che risulta sproporzionato pure rispetto al Codice fascista di Rocco. Eppure il Governo, prima con il decreto Rave ed ora con quello “Caivano”, non ha fatto altro che peggiorare questa situazione, trovando nuove fattispecie e aumentando la pena massima per lo spaccio di lieve entità.

Il Governo Meloni, quindi, decide di andare avanti con il paraocchi. Su questi due punti, fra l’altro, l’Italia è già stata richiamata da un altro Comitato ONU, quello che si occupa dei Diritti Economici, Sociali e culturali (CESCR). Lo scorso ottobre, al termine del processo di revisione della situazione nel nostro paese, il CESCR ha espresso “preoccupazione per l’approccio punitivo al consumo di droghe e per l’insufficiente disponibilità di programmi di riduzione e del danno” e raccomandato “che lo Stato riveda le politiche e le leggi sulle droghe per allinearle alle norme internazionali sui diritti umani e alle migliori pratiche, e che migliori la disponibilità, l’accessibilità e la qualità degli interventi di riduzione del danno”.

Il rapporto dell’OHCR continua poi identificando la militarizzazione delle politiche sulle droghe come ulteriore motore della violenza di Stato, ponendo l’attenzione su come esse siano usate per colpire gruppi emarginati come le popolazioni indigene, le persone di origine africana e le donne e i migranti, e riconoscendo l’importanza della promozione dei diritti umani delle persone che usano droghe.

Si tratta dunque di un documento fondamentale in vista della revisione intermedia delle politiche globali sulle droghe, prevista a Vienna nel marzo 2024. Lo sottolinea anche la Società Civile internazionale con un appello lanciato dall’International Drug Policy Consortium e sottoscritto da oltre 130 ONG. Un appuntamento che il Governo italiano tenterà di sfruttare per elemosinare sponde internazionali rispetto alla propria narrazione tossica. E che proprio per questo dovrà essere presidiato da politica e società civile italiana.

Droghe, il proibizionismo alimenta le guerre

20 Settembre 2023

https://www.fuoriluogo.it/rubriche/la-rubrica-di-fuoriluogo-sul-manifesto/droghe-proibizionismo-alimenta-guerre/

Articolo di Marco Perduca

Marco Perduca scrive sul rapporto tra proibizionismo e conflitti per la rubrica di Fuoriluogo su il manifesto del 20 settembre 2023.

L’ultimo World Drug Report delle Nazioni Unite segnala che «economie basate sul traffico di stupefacenti illeciti possono prosperare in situazioni di conflitto o dove lo stato di diritto è debole» concorrendo a «prolungare o alimentare» i combattimenti. Non è una novità bensì, in tempi in cui la presenza di “droghe” illegali non accenna a diminuire e tornano guerre civili e di aggressione, la conferma che la proibizione è un elemento strutturale o con-causa di crimini. Se non crimine essa stessa.

Le sostanze psicoattive in zone di conflitto rappresentano anche un sostituto di assistenze sanitarie – già spesso precarie – per la gestione dei traumi o per sopportare le condizioni in cui si è costretti a vivere: alla mercé del caos, di regimi o bande criminali o fuggendo in cerca di rifugio.

Conflitti armati interni e internazionali sono recentemente tornati in Sudan, Ucraina, Repubblica Democratica del Congo, Myanmar, Madagascar, Somalia e Yemen; colpi di stato hanno interessato Mali, Burkina Faso, Guinea Conakry e Niger: L’“incertezza del diritto” caratterizza, tra gli altri, Siria, Libia, Iraq e Afghanistan. Regimi autoritari si sono consolidati in Tunisia, Salvador, Filippine, Corea del Nord e Iran. Milizie paramilitari hanno formalmente soppiantato i meccanismi di protezione, seminando il terrore e concorrendo alla gestione criminale di stupefacenti, armi ed esseri umani.

Fino all’imposizione del recente bando talebano, la cui efficacia resta da verificare, quasi tutta la fornitura mondiale di eroina proveniva dall’Afghanistan, zona “instabile” per antonomasia e confinante con importanti mercati. Anche altri conflitti armati interni in regioni produttrici sono stati alimentati per decenni dalle sostanze proibite: in Colombia, dove la cocaina era una risorsa per l’insurrezione militare delle FARC e le altre formazioni paramilitari (anche filo-governative), o in Myanmar dove l’oppio ha finanziato la guerra civile lasciando un’eredità di caos e criminalità in particolare nelle terre degli Shan al confine con la Cina.

Quando i conflitti riguardano aree con dimensioni considerevoli, come Ucraina o Sudan, si nota anche l’aumento di produzione, traffico e uso interno di stupefacenti con raffinazioni di nuove sostanze psicoattive che la fanno da padrone. Quando i combattimenti riguardano aree di transito, la pericolosità dei commerci fa spostare le vie del traffico altrove: in particolare verso l’Africa, zona di smistamento sud-nord di eroina e cocaina.

All’indomani del golpe in Niger, Marco Montanari ha ricordato su queste pagine d’esser stato accolto in quel paese con la battuta «Il Niger è al 90% musulmano e al 10% cocaina»; se la situazione era così nel 2015 è ragionevole ipotizzare che i controlli in un paese prevalentemente desertico, grande come la Francia, oggi siano inesistenti. I vicini occidentali del Niger, retti da giunte militari, negli anni son diventati parte integrata della catena dei traffici della cocaina andina che dal Brasile arriva in Mediterraneo attraverso i porti delle Guinee (Bissau e Conakry), proseguendo a nord attraverso i deserti burkinabé, nigerini e libici per arrivare a Gioia Tauro, Barcellona o Rotterdam. Istituzioni facilmente corruttibili, caos istituzionali, infiniti confini incontrollabili e collusioni con gruppi armati sono condizioni ideali per il prosperare di traffici illegali. L’eroina che arrivava in Europa da Asia centrale e Mar Nero adesso entra in Africa dal porto di Mombasa e, quel che non resta nella regione o parte per la penisola arabica, giunge a noi attraverso i deserti dei Sudan.

Potrebbe essere il caso di tornare a ipotizzare la criminalizzazione della proibizione perché oltre a violare i diritti umani di chi usa sostanze, sostiene e favorisce crimini di guerra e contro l’umanità.

Da oggi il CBD orale solo in farmacia

21 Settembre 2023

https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/da-oggi-il-cbd-orale-solo-in-farmacia/

Grazie al decreto del Ministro Schillaci indica in Italia il CBD come sostanza stupefacente. Interviene Meglio Legale.

  • In base a una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 2020, i prodotti a base di CBD non devono essere considerati come stupefacenti, eppure, da oggi in Italia un decreto del ministro della Salute del governo Meloni, Orazio Schillaci, ha stabilito che la cannabidiolo (CBD), molecola non psicotropa presente nella cannabis, rientrerà tra le sostanze stupefacenti.
  • a norma risale però al 2020, voluta dall’allora Ministro Speranza, fu sospesa un mese dopo l’approvazione.
  • Oltre a non comportare niente in termini di sicurezza, questo decreto colpisce duramente il mondo degli imprenditori che, a livello economico, si stima avranno un calo di fatturato del 35% – dice Antonella Soldo, coordinatrice dell’associazione Meglio legale – “Questa decisione non ha niente a che fare con il contrasto alle dipendenze, è dovuto esclusivamente ai pregiudizi sulla cannabis portando così avanti unaguerra alla droga che ha solo sbagliato i suoi obiettivi”.
  • Il CBD è infatti una molecola della pianta della cannabis che non ha effetti psicotropi, cioè stupefacenti, e non crea dipendenza in alcun modo dipendenza. Si tratta di una molecola che ha proprietà antinfiammatorie, antiepilettiche, antiemetiche e che, con il suo commercio sancito per legge dal 2016,  ha aiutato in questi anni molti consumatori che non sono riusciti a recepire dal Sistema Sanitario la terapia a base di cannabis.
  • Il decreto del Ministro Schillaci porta ora un grande terremoto tra gli imprenditori che, con la Legge 242/2016 che disciplina la produzione e il commercio della canapa industriale, hanno fondato su questo settore il loro business. Lavoratori a cui finora è stato consentito di investire in ricerca scientifica, in laboratori e marketing. In questi anni il mercato della canapa industriale si è dimostrato uno dei settori più promettenti dell’agricoltura italiana e del commercio al dettaglio: in 7 anni ha creato più di 12mila posti di lavoro, soprattutto per i giovani under 35.
  • Ed è proprio la crescita economica italiana che questo decreto va a toccare: c’è infatti una sentenza della Corte europea di giustizia che specifica come che il CBD prodotto in un Paese dell’unione può circolare e essere venduto in tutti i Paesi. “Si colpisce la produzione italiana, ma non si può davvero limitare tutta la vendita – sottolinea Antonella Soldo – se un consumatore vuole acquistare del CBD di un altro paese in Italia lo può fare comunque. Ciò creerà grossi problemi anche alle aziende italiane che esportano: se il CBD è considerato una sostanza stupefacente, ci saranno una serie di autorizzazioni aggiuntive.”

Fermare la war on drugs nel nome dei Diritti Umani

20 Settembre 2023

Redazione

https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/fermare-la-war-on-drugs-nel-nome-dei-diritti-umani/

Oltre 130 ONG, fra cui Forum Droghe, firmano una dichiarazione collettiva che esorta la comunità internazionale ad agire in base allo storico appello del Commissariato dei diritti umani delle Nazioni Unite per una riforma sistemica della politica sulle droghe.

 

Mercoledì 20 settembre 2023 (Ginevra, Svizzera) – In uno storico rapporto pubblicato oggi, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha denunciato il fallimento delle politiche punitive sulle droghe e della war on drugs globale e ha chiesto un nuovo approccio basato sulla salute e sui diritti umani, anche attraverso la regolamentazione legale delle droghe. Per attuare le raccomandazioni dell’Alto Commissario, chiediamo alla comunità internazionale di riformare e riequilibrare il regime globale di controllo delle droghe e le leggi e le politiche nazionali in materia.

Per decenni, l’obiettivo irrealistico di raggiungere una “società libera dalle droghe” ha spinto la comunità internazionale ad approcciare le droghe con il proibizionismo, la criminalizzazione e le pene severe. Dopo la sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulle droghe (UNGASS) del 2016, le Nazioni Unite hanno posto sempre più l’accento sulle dimensioni della salute, dei diritti umani e dello sviluppo delle droghe e della politica in materia. Ma gli sforzi per concretizzare questi impegni sono stati insufficienti. L’Alto Commissario per i diritti umani ha ora compiuto un coraggioso passo avanti riconoscendo inequivocabilmente che le politiche punitive sulle droghe causano diffuse violazioni dei diritti umani e alimentano la discriminazione.

Con questo rapporto, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani è la prima agenzia ONU a chiedere una regolamentazione responsabile delle droghe come misura pragmatica per proteggere la salute pubblica e i diritti umani di tutti. Questo arriva in un momento in cui oltre 250 milioni di persone vivono già in giurisdizioni in cui i mercati legali della cannabis sono una realtà, e Paesi come la Colombia e la Germania stanno annunciando piani simili. Inoltre, la Bolivia ha appena avviato il processo di revisione della classificazione e del controllo internazionale della foglia di coca, che è stata sottoposta a controllo internazionale nel 1961 sulla base di pregiudizi obsoleti e razzisti.

Il nuovo rapporto sistematizza anche il crescente numero di raccomandazioni sulla politica delle droghe fornite dagli esperti delle Nazioni Unite in materia di diritti umani. In quanto tale, serve come schema per progettare risposte basate sul rispetto della salute pubblica e dei diritti umani. Alcuni dei risultati più importanti sono:

Riconoscere la riduzione del danno come elemento centrale del diritto alla salute.

Identificare la militarizzazione del controllo delle droghe come motore della violenza di Stato.

Chiedere l’abolizione della pena di morte per i reati di droga.

Riconoscere il contributo di leggi sproporzionate sulle droghe all’incarcerazione di massa a livello globale.

  • La documentazione dell’uso delle politiche sulle droghe per colpire gruppi emarginati come le popolazioni indigene, le persone di origine africana e le donne.
  • Riconoscere gli effetti negativi sproporzionati del proibizionismo e della criminalizzazione sulle popolazioni colpite da crisi umanitarie.
  • La trasformazione dell’approccio punitivo globale alle droghe richiede cambiamenti nelle norme e nelle istituzioni fondamentali del regime internazionale di controllo delle droghe, storicamente incentrato sulla proibizione e sulla criminalizzazione. Ciò include la riforma delle convenzioni ONU sul controllo delle droghe e il riequilibrio degli organismi ONU per il controllo delle droghe, come l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) e il Consiglio internazionale per il controllo degli stupefacenti (INCB), che rimangono reticenti a impegnarsi con i Paesi per promuovere le politiche alternative sulle droghe al centro della proposta dell’Alto Commissario, tra cui la depenalizzazione dell’uso di droghe e delle attività correlate e la necessità di aumentare l’accesso equo ai servizi di riduzione del danno, entrambi elementi centrali della posizione comune del sistema ONU sulle droghe.
  • Considerando l’importanza storica del rapporto dell’Alto Commissario, forniamo collettivamente le seguenti raccomandazioni:
  • Sollecitiamo gli Stati membri a utilizzare l’imminente revisione intermedia della Dichiarazione ministeriale sulle droghe del 2019 per riequilibrare l’approccio globale alle droghe sancendo la protezione dei diritti umani, della salute pubblica e dei principi di uguaglianza e non discriminazione come obiettivi essenziali del sistema globale di controllo delle droghe e aggiungendo un punto sulla protezione dei diritti umani nell’agenda della Commissione delle Nazioni Unite sugli stupefacenti.
  • Chiediamo alla comunità internazionale di coinvolgere in modo significativo le organizzazioni della società civile e le popolazioni direttamente colpite dalla war on drugs, comprese le popolazioni chiave come le persone che fanno uso di droghe e quelle coinvolte nelle economie illecite, in ogni fase del processo decisionale, dell’attuazione, del monitoraggio e della valutazione della politica sulle droghe.
  • Esortiamo gli Stati membri ad avviare una revisione delle convenzioni ONU sulle droghe per consentire un approccio alla regolamentazione legale basato sui diritti umani e ad abrogare le disposizioni che impongono la proibizione degli usi tradizionali di piante e sostanze controllate a livello internazionale.
  • Chiediamo al Consiglio per i Diritti Umani di creare un meccanismo per la stesura di rapporti periodici e lo sviluppo di raccomandazioni sul rispetto dei diritti umani nella politica sulle droghe. Ciò dovrebbe avvenire attraverso un mandato periodico per l’Alto Commissario per i Diritti Umani di riferire sull’impatto della politica sulle droghe sui diritti umani, oppure attraverso la creazione di un organo investigativo o di un mandato speciale sulla politica sulle droghe.
  • Accogliamo con favore il crescente numero di raccomandazioni da parte dei meccanismi delle Nazioni Unite per i diritti umani in merito alle implicazioni delle politiche sulle droghe su questi. Incoraggiamo tutti i meccanismi per i diritti umani a seguire la strada aperta dall’Alto Commissario, concentrandosi su come le politiche punitive sulle droghe, compreso il regime globale di controllo delle droghe, possano diventare di per sé ostacoli al pieno godimento dei diritti umani.
  • Chiediamo agli organismi di controllo delle droghe, compresi l’UNODC e l’INCB, di integrare la dimensione dei diritti umani della politica sulle droghe nei loro piani di lavoro in modo sistematico, di garantire che ciò si rifletta nei loro rapporti annuali e di integrare i risultati e gli standard stabiliti dall’Alto Commissario nella loro cooperazione con gli Stati membri.
  • Invitiamo l’UNODC, gli Stati membri e gli organismi nazionali di controllo delle droghe ad astenersi dal sostenere e finanziare risposte punitive alle droghe e a garantire che qualsiasi assistenza finanziaria e tecnica fornita a Paesi terzi per operazioni di applicazione della legge sulle droghe non contribuisca, o comporti il rischio reale di contribuire, alla commissione di violazioni dei diritti umani.
  • Chiediamo alle agenzie delle Nazioni Unite e agli attori della comunità internazionale che si occupano di servizi sanitari e di protezione di integrare i servizi di riduzione del danno nel quadro della risposta umanitaria.
  • Esortiamo le agenzie delle Nazioni Unite con mandati rilevanti a seguire l’esempio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani, ponendo fine al tabù sulla regolamentazione responsabile delle droghe, e a fornire prove, raccomandazioni e standard internazionali su mercati legalmente regolamentati allineati con i valori delle Nazioni Unite di promozione della salute, dei diritti umani e dello sviluppo.
  • Fonte: IDPC

Cannabis: in Olanda parte la sperimentazione

18 Settembre 2023

https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/cannabis-in-olanda-parte-la-sperimentazione/

Dopo quasi sei anni di gestazione prende il via la sperimentazione della legalizzazione dell’approvigionamento dei coffeshop olandesi. Anche Amsterdam ora ambisce ad entrare nell’esperimento.

Finalmente ai nastri di partenza la sperimentazione olandese di regolamentazione legale del backdoor dei coffeshop. Per la prima volta, a partire dal 15 dicembre a Tilburg e Breda i negozi che dagli anni 70 vendono cannabis ai consumatori di tutto il mondo potranno approvigionarsi legalmente della cannabis proveniente da due aziende autorizzate alla coltivazione e distribuzione. Altre si uniranno nei prossimi mesi.

Le legalizzazione dell’approvigionamento di cannabis da parte dei coffeshop è stata proposta in forma sperimentale da governo Rutte ormai molti anni fa, e approvata dal Senato olandese nel 2019. Per via delle limitazioni eccessive e della rigidità della prima formulazione l’esperimento è stato rallentato e posticipato sino ad oggi.

L’obiettivo della sperimentazione, che avrà la durata di 4 anni, è di verificare gli effetti dell’eliminazione del cuneo grigio di illegalità nella produzione e distribuzione della cannabis sulla criminalità.

I Coffeshop potranno, per alcune settimane, continuare ad acquistare da altre fonti – illegali – la cannabis necessaria a coprire la domanda. Ma al termine di questo periodo di adattamento dovranno approvigionarsi di infiorescenze e hashish solo dai 10 produttori autorizzati.

Anche Amsterdam dopo essersi tenuta ben lontana dall’esperimento ha recentemente deciso di richiedere l’inclusione di almeno un quartiere (Oost), ma non si hanno ancora notizie al riguardo. Amsterdam rimane ormai l’unica città olandese in cui anche i non residenti possono accedere ai coffeeshop. La sindaca della Venezia del nord alcuni mesi fa aveva proposto il divieto di accesso ai turisti, smentita poco dopo dal Consiglio Comunale.

War on drugs: perchè finanziare la violazione dei diritti umani?

15 Settembre 2023

 

https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/war-on-drugs-perche-finanziare-la-violazione-dei-diritti-umani

Peppe Brescia

Aid for The War on Drugs, il nuovo rapporto di Harm Reduction International punta il dito sui finanziamenti a sostegno della guerra alla droga che provoca violazioni dei diritti umani.

Tramite il suo nuovo report, dal titolo Aid for the War on Drugs, Harm Reduction International analizza quelli che sono i sostegni economici ai programmi di sviluppo volti al controllo delle sostanze stupefacenti.

Prendendo in esame il decennio 2012-2021, e stabilendo un confronto fra gli stanziamenti indirizzati a progetti di stampo proibizionista e quelli riconducibili a interventi di riduzione del danno, il documento rappresenta l’ennesimo appello a una revisione delle politiche internazionali sulle droghe, nonché a una distribuzione più oculata dei fondi atti a finanziare le attività di contrasto al narcotraffico.

L’attuale sistema di controllo delle sostanze illecite, basato su un’impostazione repressiva, non solo si è dimostrato una strategia perdente, ma ha inoltre dato adito a violazioni dei diritti umani, marginalizzazione sociale e insufficienza di interventi sanitari.

Le conseguenze si riflettono sui consumatori, aggravando una condizione già difficile a causa dell’illegalità: un recente studio ha rilevato che il 58% delle persone che usano droghe per via iniettiva ha avuto un’esperienza di carcerazione – costituendo inoltre il 30% dei nuovi casi di contagio da HIV in Europa orientale e Asia centrale, mentre il 25% ha sperimentato la condizione di senzatetto.
A questo quadro è necessario aggiungere le disparità razziali, ancora in grado di giocare un ruolo di primo piano nei meccanismi di ingresso nel circuito penale.
Attualmente, sono almeno 115 gli Stati che sanzionano il possesso di droghe illecite.
La War on  Drugs, dunque, oltre a criminalizzare i consumatori, perpetua un serie di iniquità che vanno dalle incarcerazioni di massa alle eradicazioni forzate dei territori, dalla disparità di offerta dei percorsi assistenziali alle dinamiche di controllo di derivazione coloniale, infine all’utilizzo della pena di morte come strumento di deterrenza.

Nonostante gli approcci alternativi alla questione, in primis gli interventi di riduzione del danno, abbiano dimostrato nel tempo la loro efficacia, la quasi totalità degli investimenti continuano a concentrarsi in progetti dall’impianto punitivo.
Fra 2018 e 2021, i fondi a vantaggio delle pratiche di riduzione del danno hanno raggiunto appena i 25 milioni di dollari; di contro nel solo 2021, ai progetti di “controllo degli stupefacenti” è stato destinato un budget di 323 milioni di dollari. Si tratta di spese ingenti che consumano e sottraggono risorse anche ad altri ambiti di intervento: alcuni finanziamenti internazionali provengono infatti da bilanci istituiti con l’intento di porre fine alla povertà e raggiungere obiettivi di sviluppo globale. Per esempio, i contributi ai progetti di alimentazione scolastica nel 2021 hanno toccato i 286 milioni di dollari, quelli in favore dei diritti dei lavoratori 198 milioni di dollari. Le uniche spese maggiori rispetto ai suddetti 323 milioni hanno a che fare con la rimozione di esplosivi e mine antiuomo (432 milioni di dollari) e con la cooperazione internazionale in operazione di pace (373 milioni di dollari).
Secondo il Creditor Reporting System, il registro dell’OCSE che tiene conto di tali spese, fra il 2012 e il 2021 sono stati erogati almeno 974 milioni di dollari a sovvenzione di questo tipo di attività. Stati Uniti, UE, Giappone e Regno Unito i principali donatori.
68 milioni di questa somma sono stati indirizzati ai Paesi che puniscono i reati droga-correlati con la pena capitale, la quasi totalità di essi situata nel sud-est asiatico.
Fra le conseguenze più rilevanti, la mancanza di trasparenza in merito ad alcune operazioni finanziarie, così come, in particolar modo, l’ingerenza degli Stati occidentali nei confronti delle economie più povere.
Sono infatti diversi i Paesi industrializzati che sponsorizzano iniziative a livello internazionale, spesso mediante partenariati: la polizia federale australiana ha agevolato la formazione delle unità antidroga thailandesi note come Taskforce Storm, così come la British National Crime Agency ha sostenuto in Nigeria l’inasprimento della legislazione sulle droghe, supportando lo sviluppo della Nigeria National Drug Law Enforcement Agency. Gli Stati Uniti hanno nell’America Latina, Colombia su tutti, la principale zona di influenza.

Nel 2021, gli Stati Uniti hanno speso 309 milioni di dollari in programmi per il controllo dei narcotici: un aumento significativo, considerando la somma di 31 milioni stanziata nel 2020.
Ad ogni modo, tale cifra rappresenta meno di un terzo del miliardo che gli USA erogano annualmente in ambito internazionale. Il volume economico di queste attività è tale da compromettere in parte anche altre operazioni, finanziate dagli USA stessi, basate invece sulla riduzione del danno e in opposizione a stigma e discriminazione.
Nel decennio preso in analisi, attraverso l’European Development Fund, l’Europa ha destinato a numerosi Stati africani centro-meridionali 61 milioni di dollari da investire in attività di controllo e repressione.
La spesa da parte del Regno Unito si è invece progressivamente azzerata, passando dai dieci milioni di dollari nel 2012 a zero nel 2021. Nonostante ciò, appare non chiaro il modo in cui siano stati spesi gli aiuti internazionali, in particolare in luoghi come Perù, Mozambico, Repubblica Dominicana e Bolivia.

Il sistema proibizionista ostruisce dunque gli impegni siglati a livello globale a tutela della salute pubblica, come nel caso del Sustainable Development Goals dell’ONU o del 2021-2026 Global AIDS Strategy da parte dell’UNAIDS, documenti caratterizzati dalla sollecitazione di porre fine alla criminalizzazione del possesso di sostanze illegali.
Un potenziale fattore di preoccupazione riguarda inoltre l’inclusione delle attività e delle spese proibizioniste all’interno dei cosiddetti “global public goods”, ovvero gli studi incentrati sul sostegno ai beni pubblici globali, e delle nuove misurazioni dello sviluppo della spesa nazionale.
Il novero di donatori internazionali a favore della riduzione del danno rimane dunque limitato, con budget che sembrano assottigliarsi sempre più: fra 2016 e 2019 è stata rilevata una riduzione dei fondi di circa un terzo. Nonostante l’UNAIDS parli esplicitamente di interventi a sostegno dei Paesi a medio e basso reddito, essi sono stati stanziati per il solo 5% dei 2,7 miliardi di dollari annui preventivati entro il 2025.

Ricordando che “i governi e i donatori devono disinvestire dalle ingiuste risposte punitive e investire nella comunità, nella salute e nella giustizia. Devono investire nella riduzione del danno”, il report si chiude con una serie di raccomandazioni, illustrando il ruolo che istituzioni e società civile sono invitate ad assumere.

I donatori internazionali dovrebbero:

  • smettere di usare il denaro dei loro budget limitati per gli aiuti (che dovrebbero contribuire a porre fine alla povertà e raggiungere gli obiettivi di sviluppo globale) per attività di “controllo dei narcotici”
  • disinvestire dai regimi punitivi e proibizionisti di controllo della droga e essere più trasparenti riguardo alla spesa per attività legate alla droga, compresa la riduzione del danno (indipendentemente da quale linea di bilancio provenga questo denaro)
  • investire in iniziative di riduzione del danno basate sull’evidenza e incentrate sulla salute e sui diritti umani, in linea con lo sviluppo globale e altri impegni

La società civile e i giornalisti dovrebbero:

  • chiedere maggiore trasparenza su come viene speso il denaro degli aiuti
  • condurre ulteriori indagini approfondite su come è stato speso il denaro per il “controllo dei narcotici” in diversi paesi (compreso il modo in cui è stato giustificato, eventuali risultati dichiarati e qualsiasi impatto diretto o indiretto che potrebbe aver minato altri obiettivi o norme sugli aiuti)

I contribuenti nei paesi donatori dovrebbero:

  • richiedere integrità e trasparenza nella spesa internazionale dei propri governi, compresa quella derivante da budget limitati per gli aiuti
  • Chiedere che il sostegno dai bilanci pubblici confluisca verso misure basate sull’evidenza e incentrate sulla salute pubblica e sui diritti umani

L’OCSE dovrebbe: 

  • sollecitare e ascoltare consigli da esperti di salute e diritti umani, nonché da persone che fanno uso di droghe, sull’opportunità di rimuovere il “controllo dei narcotici” dalla loro lista di categorie di spesa idonee a essere conteggiate come aiuti
  • condurre e pubblicare una revisione approfondita di tutti gli aiuti spesi finora per il “controllo dei narcotici”, se eventuali spese hanno violato le linee guida su questa categoria e l’uso della sicurezza nazionale o altre giustificazioni da parte dei donatori per nascondere i dettagli sui progetti finanziati
  • aumentare la trasparenza di tutte le spese di aiuto attuali e precedenti, rendendo più facile l’accesso ai dati e ai dettagli dei progetti, facilitando così la responsabilità

I governi dovrebbero:

  • depenalizzare l’uso e il possesso di droga e sostenere la riduzione del danno per le persone che fanno uso di droghe e, fino ad allora, promuovere alternative all’incarcerazione basate sull’evidenza e centrate sulla salute e sui diritti umani
  • valutare criticamente la propria spesa per il controllo della droga, disinvestire dal controllo punitivo della droga e investire in programmi di riduzione del danno basati sull’evidenza
  • coinvolgere in modo significativo le comunità e la società civile nel processo decisionale finanziario e nel monitoraggio di tutte le politiche legate alla droga

De Maria, il proibizionismo e il senso delle parole

8 Settembre 2023

Leonardo Fiorentini

https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/de-maria-il-proibizionismo-e-il-senso-delle-parole/

La proposta dell’On.le De Maria (PD) è peggio di quella del Governo contenuta nel decreto Caivano. Il commento di Leonardo Fiorentini, segretario di Forum Droghe.

L’onorevole del PD De Maria ha presentato nei mesi scorsi un progetto di legge che inasprisce le pene per fatti di lieve entità per droghe (da 2 a 6 anni, 1 in più che nella proposta del Governo nel decreto Caivano). Il deputato democratico, fra i principali collaboratori di Bonaccini, parte da un assunto scorretto, molto in voga a destra. Sostiene infatti – nella relazione al suo progetto di legge – che siano troppi gli spacciatori che, accusati di fatti di lieve entità, non vengono tradotti in carcere per provvedimenti di custodia cautelare. Questa premessa omette di considerare il fatto, evidente a tutti coloro si approcciano con minimo spirito critico alla legislazione sulle sostanze, che oggi la detenzione causata dal Testo Unico sulle droghe è già abnorme. Lo è a causa di un impianto penale che è sproporzionato anche rispetto al Codice Penale fascista di Rocco. Troppi semmai sono quelli che vi entrano. Come dimostra il Libro Bianco sulle droghe, oltre iI 34% dei detenuti è in carcere per droghe: il doppio rispetto alla media europea (18%) e quasi di quella mondiale (22%). La distinzione fra possesso per uso personale e spaccio è talmente labile, e grande la variabilità dei giudizi rispetto alla lieve entità, che sono le persone con minori mezzi, sia culturali che economici, a finire in carcere. Una detenzione che finisce per essere sociale, e che è criminale pensare di appesantire ulteriormente, per di più con persone senza sentenza definitiva.

Invito l’On. De Maria a fare la pace con sé stesso, con il Diritto e con il senso delle parole. Non può dichiararsi, come ha fatto oggi rispondendo alle polemiche sul suo disegno di legge, per la depenalizzazione della cannabis e poi proporre di aumentare le pene per i fatti lievi di spaccio parificandoli – proprio per la cannabis – alle condotte non lievi. In questo modo determina un assurdo giuridico (cancellando de facto la lieve entità per cannabis), e confligge con il senso delle parole. Depenalizzare infatti significa fare l’esatto contrario. Cercare di limitare l’assurdo e pesantissimo giogo penale che caratterizza le politiche sulle droghe in Italia, lavorando per un governo sociale del fenomeno, anche attraverso la regolamentazione legale. Il resto si chiama proibizionismo.

Mi auguro che il Partito Democratico e la sua Segretaria Schlein, che nelle elezioni primarie da cui è uscita vittoriosa ha speso parole importanti per la legalizzazione e la decriminalizzazione, diano seguito a questa impostazione. E’ necessario aprire un confronto sia all’interno del Partito – che evidentemente ne ha bisogno – ma anche con la Società Civile che sul tema è impegnata e con i cittadini, al fine di sostenere una proposta riformatrice che si opponga al populismo penale e alla ventata repressiva del Governo Meloni.